Il fine vita: una vergogna per un Paese civile

Il fine vita: una vergogna per un Paese civile

Oggi ho letto su la Repubblica una riflessione di Luigi Manconi e ho deciso di mettere nero su bianco alcune mie considerazioni.

Il titolo dell’intervento di Manconi è: “Fine vita, la destra e il diritto alla dignità*.

È un tema delicato, complesso e profondamente umano, che dovrebbe essere affrontato senza slogan, senza strumentalizzazioni e, soprattutto, con grande rispetto per la sofferenza e per la libertà delle persone.

Una parte della destra italiana, pur con posizioni e sensibilità diverse, dimostra di voler difendere quella che viene definita la cultura cattolica e cristiana. Spesso, tuttavia, questa difesa sembra assumere toni strumentali, soprattutto quando viene contrapposta alla cultura e alla religione islamica.

Eppure, se pensiamo che persino la Chiesa cattolica, pur mantenendo saldi i propri principi, dialoga ormai da tempo con le altre grandi religioni monoteiste, appare ancora più evidente quanto sia necessario affrontare questi temi con maggiore equilibrio e senza trasformare la fede in uno strumento di contrapposizione politica.

Credo sia giunto il momento di parlare del fine vita soprattutto come di una questione che riguarda il rispetto della persona e della sua dignità.

Dobbiamo imparare a rispettare le scelte personali, soprattutto quando riguardano la sofferenza, la malattia e gli ultimi momenti dell’esistenza. Sono scelte difficilissime, dolorose, intime, che nessuno dovrebbe giudicare con superficialità.

I vescovi e i tanti cattolici che si oppongono con forza a una legge sul fine vita hanno certamente il diritto di esprimere la propria opinione e di testimoniare la propria fede. Ma dovrebbero, a mio avviso, ricordare che le loro convinzioni religiose possono e devono essere proposte a chi liberamente le condivide, non trasformate in un obbligo per tutti.

Chi impedisce a un cattolico, coerente con la propria fede, di scegliere di non ricorrere al suicidio medicalmente assistito? Nessuno.

Allo stesso modo, però, perché una persona che non condivide quella scelta religiosa dovrebbe essere costretta a vivere secondo principi che non sente propri?

Uno Stato laico non è uno Stato contro la religione. Al contrario, è uno Stato che garantisce a tutti la libertà di credere e anche la libertà di non credere. È uno Stato che tutela la coscienza individuale e che cerca di garantire diritti senza imporre una particolare visione morale o religiosa dell’esistenza.

La legge richiesta e sollecitata anche dalle pronunce della Corte costituzionale servirebbe proprio a regolamentare procedure e condizioni di accesso al fine vita.
Questo non significa, come qualcuno vorrebbe far credere, favorire il suicidio o considerare la morte una soluzione ai problemi della vita.

Significa, piuttosto, affrontare una realtà che già esiste.

Ci sono persone affette da malattie irreversibili e gravemente invalidanti, persone costrette a convivere con sofferenze che, in alcuni casi, ritengono insopportabili. Ci sono famiglie che assistono per anni un proprio caro, condividendone ogni giorno il dolore e la fatica.

Di fronte a queste situazioni non credo servano le parole d’ordine. Servono ascolto, rispetto, assistenza sanitaria, cure palliative e, quando ricorrono le condizioni previste dalla legge e dalle decisioni della magistratura, la possibilità di compiere una scelta consapevole e libera.

Personalmente, se un giorno dovessi trovarmi di fronte a una malattia incurabile, capace di provocare una sofferenza che io stesso ritenessi insopportabile, sia per me sia per le persone che mi stanno vicino, vorrei avere la possibilità di scegliere. Non pretendo che altri condividano questa mia convinzione, ma chiedo che sia rispettata.
Credo siano da apprezzare le iniziative delle Regioni che hanno cercato di regolamentare il ruolo delle strutture sanitarie nell’applicazione delle procedure previste dalle decisioni della Corte costituzionale. Penso, in particolare, alla Toscana e all*Emilia-Romagna, che hanno affrontato concretamente il problema.

Non si tratta di un generico o indiscriminato via libera al fine vita.

Si tratta, invece, di stabilire regole, procedure, responsabilità e tempi certi. Si tratta di evitare che una persona, già costretta ad affrontare una sofferenza enorme, debba aggiungere al proprio dolore quello dell’incertezza, della burocrazia e dell’abbandono.

Anche i recenti casi verificatisi in altre regioni italiane dimostrano che il problema esiste e che non può essere ignorato. Quando una persona, nel rispetto delle condizioni stabilite dalla giurisprudenza, può accedere a una procedura legalmente riconosciuta, non credo che questo rappresenti una sconfitta della civiltà. Al contrario, può rappresentare il tentativo di rispettare fino in fondo la dignità e l’autodeterminazione della persona.

E chi sono io per giudicare una persona che decide di andare in Svizzera per mettere fine a una vita segnata da una sofferenza che ritiene ormai insopportabile?

Chi siamo noi per giudicare?

Chi dice di voler difendere la vita dovrebbe forse interrogarsi fino in fondo su ciò che può essere costretto a sopportare un malato terminale o una persona affetta da una patologia irreversibile. Dovrebbe interrogarsi anche sulla sofferenza dei familiari, degli assistenti e di tutte quelle persone che accompagnano quotidianamente chi non può più essere curato.

Difendere la vita è un valore altissimo. Ma difendere la vita non può significare ignorare la sofferenza di chi quella vita la sta vivendo in condizioni che ritiene non più sopportabili.

Per questo credo che il nostro Paese debba finalmente affrontare il tema con serietà e coraggio.
Abbiamo bisogno di una legge chiara, equilibrata e rispettosa. Una legge che rafforzi le cure palliative e l’assistenza alle persone fragili, che impedisca qualsiasi abuso e che, nello stesso tempo, non lasci solo chi si trova davanti a una scelta estrema.

Nessuno deve essere costretto a scegliere la morte.

Ma, allo stesso modo, nessuno dovrebbe essere costretto a prolungare una sofferenza contro la propria volontà, quando ricorrono condizioni rigorosamente definite e controllate.

Questa, a mio avviso, è la vera questione.

Non si tratta di essere a favore della morte o contro la vita.

Si tratta di essere dalla parte delle persone.

Della loro dignità.

Della loro libertà.

Del loro diritto a essere accompagnate, curate, ascoltate e rispettate fino all’ultimo momento della loro esistenza.

Un Paese che si definisce civile non può continuare a voltarsi dall’altra parte.