Nel nostro Paese, a circa un anno dalle elezioni politiche, si fa un gran parlare di come affrontare le prossime elezioni, sia nella maggioranza di governo, che deve fronteggiare anche la presenza di Vannacci, sia nell’opposizione, che ancora brancola alla ricerca di un “campo largo”: forse perché il “campo” è davvero troppo largo.
Voglio dire la mia su questo tema, ma occupandomi soprattutto di come la sinistra di questo Paese dovrebbe presentarsi agli elettori, se vuole guardare al futuro con occhi diversi e proporre un’idea nuova di società.
Penso che un progetto politico capace di guardare al futuro dovrebbe partire innanzitutto da un ascolto attento e da una lettura seria di ciò che di buono è stato costruito nel nostro Paese nei suoi migliori campi di azione.
Esistono esperienze significative, come quella di Libera, come quelle delle associazioni che operano nel settore delle dipendenze, come quelle presenti nel mondo dell’imprenditoria sociale, penso, per esempio, alla Cittadella di Loppiano, e potrei citarne tante altre.
Nel mondo della disabilità, penso alla Lega del Filo d’Oro, che rappresenta un’esperienza significativa di impegno e di attenzione verso persone e famiglie che spesso rischiano di essere dimenticate.
Si può, e si dovrebbe, aprire un serio dialogo anche con la classe imprenditoriale, con il mondo della ricerca e con quello dell’università.
Prima l’analisi e l’ascolto, dunque; poi la progettazione e la coprogettazione.
Solo così ci si può presentare al Paese come un movimento politico serio e credibile, capace di candidarsi a buon diritto alla guida del Paese.
Le mie speranze
Vorrei una politica che ponesse al centro le vite più dimenticate: i disabili, i bambini, gli anziani, i malati, le famiglie.
Vorrei una politica che avesse il coraggio di investire sulla cultura, sulla ricerca e sulla sanità pubblica.
Vorrei che il nostro Paese ripudiasse davvero la guerra, così come afferma la nostra Carta costituzionale.
Perché non si ha il coraggio di trasformare in un programma concreto quella frase di Sandro Pertini:
“Si svuotino gli arsenali e si riempiano i granai.”
Nessuno mi convincerà mai che soltanto attraverso le armi si possa costruire la pace. Perché chi fabbrica le armi non avrebbe motivo di farlo se sapesse che nessuno le utilizzerà.
Una sinistra che piacerebbe a me dovrebbe essere pronta a impegnarsi per un cambiamento concreto del sistema economico mondiale, visto che mi pare innegabile che il sistema capitalistico abbia mostrato, e continui a mostrare, profonde contraddizioni e gravi limiti.
Mi si potrebbe dire che sono un idealista.
Può darsi.
Ma credo sia difficile negare che il sistema economico attuale produca enormi disuguaglianze e finisca per favorire una parte molto piccola della popolazione mondiale, mentre una grande parte dell’umanità continua a vivere nella povertà, nella sofferenza e, quel che è peggio, senza concrete speranze di cambiamento.
L’Italia ha sprecato tanto denaro in programmi poco efficaci e, talvolta, persino dannosi, ma non ha saputo affrontare davvero problemi come, l’evasione fiscale e, soprattutto, non ha saputo o voluto combattere con sufficiente determinazione la corruzione e l’illegalità.
Per costruire una politica seria occorre anche formare i cittadini, e soprattutto i giovani.
Ma questo è possibile soltanto se si riesce a proporre una seria idea di futuro, capace di far rinascere nelle persone la volontà di partecipare alla vita pubblica.
Come ha dimostrato anche l’ultimo referendum, i cittadini vogliono essere artefici del proprio futuro.
Ma se, alle elezioni, molti disertano le urne, è anche perché non riescono a rintracciare, nelle proposte politiche, alternative concrete allo stato attuale delle cose.
Chi guarda il quadro politico e non vi riconosce risposte, speranze e prospettive, rischia di rimanerne disgustato e di rivolgersi altrove.
E allora la sinistra dovrebbe farsi parte attiva, proponendo progetti seri e concreti sulla sicurezza, sul lavoro, sulla famiglia e sulla disabilità.
Vorrei una sinistra che dicesse con chiarezza che serve una *seia legge quadro sulla disabilità e sulla non autosufficienza, e che smettesse di procedere soltanto attraverso slogan.
Perché le persone non hanno bisogno di parole rassicuranti pronunciate durante le campagne elettorali.
Hanno bisogno di diritti, servizi, opportunità e risposte concrete.
E una politica che voglia davvero cambiare il Paese dovrebbe avere il coraggio di ascoltare prima di parlare, di progettare prima di promettere e di costruire prima di proclamare.
Non posso che concludere così:
La speranza per il nostro Paese e per il mondo non può che venire da tutti noi.