Esprimo con convinzione la mia adesione alla proposta di assegnare il Premio Nobel per la Pace ai bambini di Gaza.
Non so se un riconoscimento come il Nobel possa davvero cambiare il destino di un popolo, fermare una guerra o restituire a un bambino la casa, la famiglia, la scuola e la serenità che gli sono state strappate.
Ma so che, in un mondo nel quale troppo spesso la forza delle armi sembra prevalere sulla forza della ragione, scegliere di indicare i bambini come simbolo della pace sarebbe un gesto di straordinario significato.
I bambini non hanno scelto le guerre.
Non hanno deciso i confini, non hanno firmato trattati, non hanno costruito arsenali, non hanno premuto i grilletti.
Eppure sono spesso loro a pagare il prezzo più alto delle decisioni degli adulti.
Per questo penso che il Nobel ai bambini di Gaza dovrebbe essere, prima ancora che un premio, un atto di denuncia e di speranza.
Un modo per dire al mondo che la vita di un bambino vale più di qualsiasi territorio, più di qualsiasi interesse politico, più di qualsiasi strategia militare.
Io sono profondamente contrario alla guerra e alla logica delle armi.
Non credo che si possa costruire una pace vera accumulando strumenti di morte.
E in questo momento mi torna alla mente una frase pronunciata da Sandro Pertini, quando si insediò al Quirinale:
“Si svuotino gli arsenali e si riempiano i granai.”
Sono parole semplici, ma straordinariamente attuali.
Svuotare gli arsenali significa scegliere la vita.
Riempire i granai significa scegliere il futuro.
Significa investire nel cibo invece che nelle bombe, nella scuola invece che nelle armi, nella sanità invece che nella distruzione, nella cooperazione invece che nell’odio.
Non significa essere ingenui.
Significa avere il coraggio di immaginare una politica diversa.
Una politica nella quale la sicurezza non venga costruita sulla paura dell’altro, ma sulla giustizia, sulla dignità, sui diritti e sulla possibilità per ogni essere umano di vivere senza essere costretto a temere per la propria vita.
E voglio dirlo con assoluta chiarezza: sono contro ogni guerra e contro ogni genocidio, da qualunque parte provengano e qualunque popolo ne sia vittima.
La condanna della violenza non può essere selettiva.
Non possiamo indignarci davanti alle vittime di una parte e diventare ciechi davanti alle vittime dell’altra.
Ogni bambino ucciso è una sconfitta dell’umanità.
Ogni madre che piange il proprio figlio è una ferita che dovrebbe attraversare la coscienza di tutti noi.
Ogni persona costretta a lasciare la propria casa, ogni famiglia distrutta, ogni ospedale colpito, ogni scuola trasformata in un luogo di morte ci ricorda quanto sia disumana la guerra.
E proprio per questo il mio pensiero va ai bambini di Gaza, ma anche a tutti i bambini vittime delle guerre, ovunque esse si combattano.
Bambini israeliani e palestinesi, ucraini e russi, yemeniti, sudanesi e tutti quelli che nel mondo conoscono troppo presto il volto della paura.
A loro dobbiamo una promessa: non rassegnarci alla guerra come se fosse un destino inevitabile.
La pace non può essere soltanto l’assenza temporanea delle armi.
La pace vera ha bisogno di giustizia, libertà, diritti, sicurezza e dignità.
E soprattutto ha bisogno della capacità di riconoscere nell’altro un essere umano.
Per questo aderisco alla proposta del Nobel ai bambini di Gaza.
Perché forse, affidando il più importante riconoscimento alla pace proprio a chi la guerra non l’ha scelta ma ne subisce le conseguenze, potremmo ricordare ai potenti della Terra una verità elementare:
non esistono guerre senza vittime e non esistono vittorie quando a morire sono i bambini.
Svuotiamo dunque gli arsenali e riempiamo i granai.
Costruiamo ponti invece di muri.
Apriamo scuole invece di bunker.
Costruiamo ospedali invece di fabbriche di armi.
E soprattutto troviamo il coraggio di dire, senza ambiguità e senza distinguo:
Mai più guerre.
Mai più bambini uccisi.
Mai più genocidi.
Mai più odio trasformato in politica.
Perché la pace non è un’utopia.
La pace è una scelta.
E quella scelta dobbiamo avere il coraggio di farla oggi.