Il Bel Paese va a rilento. Il delitto d’onore: una piaga guarita meno di mezzo secolo fa

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Il Bel Paese va a rilento. Il delitto d’onore: una piaga guarita meno di mezzo secolo fa

Il 5 agosto è una data di cui, nel nostro “Bel Paese”, si è parlato troppo poco, almeno sui grandi mezzi di comunicazione.

Eppure è una data importante nella storia civile e sociale dell’Italia.

È il giorno in cui, 45 anni fa, nel 1981, il nostro Paese cancellò finalmente dal proprio ordinamento il delitto d’onore e il matrimonio riparatore.

E lo fece anche grazie a una donna straordinaria: Franca Viola.

La sua storia comincia nel 1965, il giorno di Santo Stefano.

Il suo ex fidanzato, Filippo Melodia, appartenente a una famiglia mafiosa e legato a un importante esponente della criminalità locale, irrompe nella casa della famiglia Viola insieme ad alcuni complici armati. Picchia la madre di Franca, porta via lei e il fratellino e li trascina con sé.

Franca viene segregata per otto interminabili giorni.

Viene picchiata, privata del cibo e violentata.

Melodia è convinto che tutto finirà come, fino ad allora, spesso finiva: con un matrimonio riparatore.

La famiglia di Melodia contatta Bernardo Viola, padre di Franca, per organizzare la cosiddetta “paciata, l’incontro attraverso il quale, secondo una consuetudine tanto antica quanto assurda, si sarebbe dovuto “sistemare” tutto.

Come se un matrimonio potesse cancellare una violenza.

Come se la dignità di una donna potesse essere restituita attraverso un contratto.

Come se lo stupro potesse trasformarsi, per convenienza sociale, in una storia d’amore.

Il copione era conosciuto da tutti.

La ragazza veniva considerata ormai “compromessa”. Il matrimonio con il suo violentatore avrebbe dovuto salvare l’onore della famiglia. E, attraverso quel matrimonio, anche il reato sarebbe stato sostanzialmente cancellato.

Ma Bernardo Viola non accetta di arrendersi.

Finge di stare al gioco, prende tempo e avverte le forze dell’ordine.

Il 2 gennaio 1966, la polizia interviene, libera Franca e arresta Filippo Melodia e i suoi complici.

A quel punto Franca compie il gesto che avrebbe cambiato la sua vita e, in qualche modo, anche la storia civile del nostro Paese.

Dice no al matrimonio riparatore.

Un semplice “no”, pronunciato da una ragazza di appena diciassette anni, diventa una straordinaria dichiarazione di libertà.

Franca decide che non sarà lei a dover portare la vergogna di una violenza subita.

La vergogna, semmai, appartiene a chi quella violenza l’ha commessa.

Nel corso della vicenda giudiziaria le vengono attribuite parole diventate simbolo della sua determinazione:

“Io non sono proprietà di nessuno.”

E ancora:

“L’onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce.”

Parole semplici, ma rivoluzionarie per l’Italia di quegli anni.

Il conto da pagare, però, arriva subito.

Ad Alcamo molti smettono di salutarla per strada.

Gli amici si allontanano.

La famiglia viene isolata.

Il casolare dei Viola viene incendiato.

Arrivano minacce di morte e la famiglia finisce sotto scorta.

E persino dal pulpito arriva una condanna morale: l’arciprete del paese arriva a sostenere che, con tutto quel clamore, Franca sarebbe rimasta zitella.

Un’affermazione che oggi appare incredibile, ma che racconta perfettamente quanto fossero profonde le radici del maschilismo e del patriarcato nella società italiana.

Eppure, in mezzo a tanta violenza e tanta ipocrisia, c’è un uomo che sceglie di stare dalla parte della figlia.

È suo padre, Bernardo Viola.
Un contadino, un uomo semplice, che decide di costituirsi parte civile e che sostiene Franca nella sua battaglia.

Le parole che le rivolge sono diventate anch’esse un simbolo:

“Tu metti una mano, io ne metto cento. Basta che tu sia felice, non m’interessa altro.”

Che differenza, in quelle poche parole, rispetto a una società nella quale l’onore della famiglia veniva spesso considerato più importante della libertà e della dignità di una donna.

Al processo di Trapani gli avvocati della difesa tentano di utilizzare gli argomenti che per secoli avevano accompagnato questo genere di vicende: la cosiddetta “fuitina d’amore*, l’idea che la ragazza fosse consenziente, che avesse in qualche modo provocato o accettato ciò che era accaduto.

Arrivano persino a chiedere una perizia per stabilire da quanto tempo Franca avesse perso la verginità.

Franca rifiuta.

Non accetta di sottoporre il proprio corpo a un’ulteriore umiliazione.

Resiste.

E resiste fino alla fine.

La sua battaglia diventa così molto più grande della sua vicenda personale.

Diventa la battaglia di tutte quelle donne che, prima di lei, non avevano avuto la possibilità o la forza di dire no.

Il 5 agosto 1981, quindici anni dopo il rapimento di Franca, lo Stato italiano compie finalmente un passo fondamentale.

Con la legge 5 agosto 1981, n. 442, vengono abrogate le disposizioni sul delitto d’onore e sul matrimonio riparatore.

Vengono così cancellate due delle più vergognose eredità del vecchio ordinamento penale, che per decenni avevano consentito di attenuare la responsabilità di chi uccideva o feriva in nome di un presunto “onore” e permettevano al violentatore di evitare la punizione attraverso il matrimonio con la propria vittima.

Sono passati soltanto 45 anni.

E allora dobbiamo porci alcune domande.

Possiamo davvero sostenere, senza timore di essere smentiti, che oggi questi problemi non esistano più?

Possiamo davvero dire che tutte le donne siano libere di vivere la propria esistenza come desiderano?

Possiamo davvero affermare che la violenza, il controllo, la sopraffazione e la cultura patriarcale siano definitivamente scomparsi?

Io credo di no.

Perché la libertà conquistata da Franca Viola non può essere considerata un traguardo definitivo.

La libertà deve essere difesa ogni giorno.

E proprio per questo ogni iniziativa legislativa e ogni politica pubblica capace di aiutare donne e giovani a uscire dai circuiti della violenza, della criminalità, dello sfruttamento e dell’illegalità deve essere sostenuta con convinzione.

Non basta cambiare le leggi.

Bisogna cambiare la cultura.

Bisogna educare al rispetto.

Bisogna insegnare ai ragazzi e alle ragazze che l’amore non è possesso, che il corpo di una persona non appartiene a nessuno e che nessuna relazione può trasformarsi in dominio.

Franca Viola oggi vive ad Alcamo, accanto all’uomo che ha scelto liberamente di sposare e con il quale ha costruito la propria famiglia.

La sua storia, però, appartiene a tutti noi.

Perché se oggi possiamo affermare che l’onore non si difende con il sangue, che una donna non è proprietà di nessuno e che nessun matrimonio può cancellare una violenza, lo dobbiamo anche a lei.

A una ragazza siciliana di diciassette anni che ebbe il coraggio di pronunciare una parola semplicissima e potentissima:

NO.

Un “no” che diventò una scelta di libertà.

Un “no” che diventò una battaglia di civiltà.

Un “no” che contribuì a cambiare una legge.

E soprattutto un “no” che, ancora oggi, insegna a tutte e a tutti noi che la libertà, la dignità, la giustizia e la legalità non sono concessioni: sono diritti.