Uomini e donne che hanno insegnato al mondo che l’amore è una cosa concreta
C’è una piccola bussola che gira da anni sui social, nei bigliettini, nei calendari. La attribuiscono a Madre Teresa di Calcutta. Ventuno domande secche, ventuno risposte che sembrano un gioco, e invece ti mettono davanti allo specchio.
Il giorno più bello? Oggi!
L’ostacolo più grande? La paura!
La cosa più facile? Sbagliarsi!
L’errore più grande? Rinunciare!
La radice di tutti i mali? L’egoismo!
La distrazione migliore? Il lavoro!
La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento!
I migliori insegnanti? I bambini!
Il primo bisogno? Comunicare!
La felicità più grande? Essere utili agli altri!
Il difetto peggiore? Il malumore!
La persona più pericolosa? Quella che mente!
Il sentimento più brutto? Il rancore!
Il regalo più bello? Il perdono!
La rotta migliore? La via giusta!
La sensazione più bella? La pace interiore!
L’accoglienza migliore? Il sorriso!
La miglior medicina? L’ottimismo!
La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto!
La forza più grande? La fede!
La cosa più bella del mondo? L’amore!
Io queste righe non le leggo come una poesia. Le leggo come un programma di vita. E mi sono accorto che non sono solo di Madre Teresa. Sono il riassunto di tutte le vite di esempio che, in tempi e in fedi diverse, hanno provato a rispondere alla stessa domanda: a cosa serve vivere?
Partiamo da chi, per chi crede, è il punto di partenza: Gesù di Nazareth.
Gesù è il primo a dirci che il giorno più bello è oggi. Lo dice chiaro: a ciascun giorno basta la sua pena. Non rimandare a domani il bene che puoi fare oggi. E ci dice qual è la felicità più grande: essere utili agli altri. Ama il prossimo tuo come te stesso non è un sentimento, è una responsabilità civile. È riconoscere che l’altro, anche quando è povero, malato, disabile, straniero, ha la stessa dignità che rivendico per me. E ci insegna che il regalo più bello è il perdono, quello dato in croce quando non c’era più nulla da dare: Padre, perdona loro.
Se Gesù dice la parola, Francesco d’Assisi la toglie dal libro e la porta per strada.
Francesco capisce che l’ostacolo più grande è la paura. Paura del lebbroso, del diverso, del povero. E la vince abbracciandolo. Capisce che la radice di tutti i mali è l’egoismo e per questo si spoglia di tutto. Non per disprezzare il mondo, ma per dire che si può vivere leggeri. La sua sensazione più bella è la pace interiore, quella che lui chiama perfetta letizia, che non dipende da quanti soldi hai ma da quanto sei in pace con tutti. E ci insegna che l’accoglienza migliore è il sorriso. Il suo Pace e bene detto a chiunque, senza chiedere chi fosse.
Otto secoli dopo, un altro piemontese, Giovanni Bosco, guarda i ragazzi di Torino abbandonati nelle carceri, nelle fabbriche. E capisce due cose che sono ancora attualissime. Primo: i migliori insegnanti sono i bambini. Non perché sanno di più, ma perché ti costringono a essere vero. Secondo: la distrazione migliore è il lavoro, ma un lavoro che dà dignità. Don Bosco non fa la carità che umilia, fa la formazione che libera. Il suo sistema preventivo dice: non aspettare che il ragazzo sbagli per punirlo, dagli prima una possibilità. Ogni volta che oggi lasciamo un giovane senza scuola, senza lavoro, senza un adulto che lo ascolti, stiamo facendo l’opposto di Don Bosco. E poi ci lamentiamo che sbaglia. La sua soddisfazione più grande, diceva, era vedere un ragazzo che ieri rubava per fame e oggi ha un mestiere.
E poi c’è un ragazzo con le scarpe da ginnastica, Carlo Acutis, morto a 15 anni, santo del nostro tempo, canonizzato nel 2025. Carlo ci fa capire che il primo bisogno è comunicare e che si può essere santi anche con il computer acceso. Lui usava internet non per apparire ma per raccontare i miracoli eucaristici, per far conoscere il bene. Aiutava i clochard sotto casa a Milano, difendeva i compagni presi in giro. Ci dice che la cosa più bella del mondo, l’amore, non ha bisogno di fare cose eclatanti. Basta accorgersi di chi è invisibile. È la lezione più importante anche per chi si occupa di disabilità: non serve essere eroi, serve non distogliere lo sguardo.
Ma le vite di esempio non stanno solo negli altari cristiani. La luce è una sola, i vetri che la riflettono sono tanti.
Martin Luther King, il pastore battista che molti ricordano con quel nome storpiato Louterkyng, prende il Vangelo e lo porta nelle strade di Montgomery, in Alabama. Davanti alla segregazione razziale capisce che l’errore più grande è rinunciare. Non si può rinunciare alla giustizia perché è scomoda. E che la sconfitta peggiore è lo scoraggiamento. Nel 1968, la notte prima di essere ucciso, dice: Ho visto la Terra Promessa. Non ci arriverò con voi, ma so che ci arriveremo. La sua forza più grande era la fede, ma una fede che diventa lotta non violenta. La rotta migliore è la via giusta, anche quando è la più difficile, anche quando ti costa la vita. La sua domanda è ancora nostra: a cosa servono le leggi che dicono che siamo tutti uguali, se poi nella vita reale una persona con disabilità non può entrare in una ZTL, non può salire su un autobus, non può trovare lavoro?
La storia politica ci consegna anche figure complesse come Indira Gandhi. Prima donna primo ministro dell’India, ha guidato un Paese immenso, tra povertà, tensioni religiose, guerre. Ha avuto coraggio, determinazione, ma ha anche proclamato lo stato di emergenza tra il 1975 e il 1977, limitando libertà fondamentali. Ricordarla ci serve a dire una cosa che vale anche per noi: le vite di esempio non sono vite perfette. Non dobbiamo trasformarle in santini. Possiamo riconoscere il valore di una persona e criticarne le scelte. La persona più pericolosa, diceva Madre Teresa, è quella che mente. E la menzogna più pericolosa è quella di chi dice che il potere non deve rendere conto.
E infine il Buddha, Siddharta Gautama. Cinquecento anni prima di Cristo, dice le stesse cose con altre parole. L’ostacolo più grande è la paura, che nasce dall’attaccamento. La radice di tutti i mali è l’egoismo, l’io che vuole tutto per sé. La sensazione più bella è la pace interiore, il Nirvana, che non è spegnersi ma spegnere l’avidità, l’odio, l’illusione. La miglior medicina è l’ottimismo, che per lui è compassione, Karuna, verso tutti gli esseri viventi. E la cosa più bella del mondo è l’amore, Metta, un amore senza confini.
Vedete il filo? Da Gesù a Francesco, da Don Bosco a Carlo Acutis, da Martin Luther King a Gandhi e Indira Gandhi, da Buddha a Madre Teresa, il filo è identico. Cambia il vestito, cambia la lingua, cambia la preghiera, ma il cuore dice sempre le stesse cose.
Il giorno più bello è oggi perché oggi posso fare qualcosa.
L’errore più grande è rinunciare perché rinunciare al bene è rinunciare a me stesso.
La forza più grande è la fede, fede in Dio per chi crede, fede nell’uomo, fede che il bene è più forte del male.
Noi oggi abbiamo bisogno di questo, non di eroi perfetti sui piedistalli. Abbiamo bisogno di esempi che ci ricordino che si può vivere diversamente. Non cambiando il mondo intero in un giorno, ma facendo bene il nostro pezzetto di mondo: la famiglia, il lavoro, il condominio, il quartiere, il modo in cui parliamo di chi è più fragile.
Essere utili agli altri non è annullarsi. È dare un senso alla nostra vita.
Penso agli infermieri, agli insegnanti di sostegno, agli operatori, ai volontari, a chi assiste una persona anziana, a chi accompagna un cieco a fare la spesa, a chi non gira la testa dall’altra parte. Non vanno sui giornali. Ma senza di loro la società sarebbe più povera, molto più povera.
Allora chiudo con la domanda che questa bussola di Madre Teresa ci lascia in mano, e che è la domanda di tutte le vite di esempio.
Oggi, con le parole e con i fatti, ho contribuito a rendere la vita di qualcuno un po’ migliore?
Se riusciamo a rispondere di sì, anche solo per una persona, abbiamo fatto la nostra parte. E forse è così che cominciano i cambiamenti: non con la pretesa di essere grandi, ma con la volontà di fare, ogni giorno, qualcosa di buono.