Ieri abbiamo letto del grande entusiasmo della maggioranza consiliare per essere arrivata all’appalto dei lavori della rotonda di Siena Nord, un’opera che, secondo quanto viene dichiarato, dovrebbe portare grandi benefici alla viabilità cittadina.
Premetto che non sono un esperto di traffico e, proprio per questo, non mi permetto di esprimere valutazioni tecniche. Tuttavia, sinceramente, qualche dubbio sulla capacità di questa opera di risolvere i problemi del traffico senese mi rimane.
Questa notizia, però, ha stimolato la stesra di questo articolo per due motivi che ritengo molto più importanti.
Primo: la redazione del PUMS – Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, documento fondamentale per programmare la mobilità dei prossimi anni, è avvenuta, per quanto mi risulta, senza un adeguato coinvolgimento delle persone con disabilità, della Consulta comunale che dovrebbe occuparsi di questi temi e dell’Osservatorio comunale per le barriere architettoniche.
Secondo: il Piano Strutturale, documento fondamentale per la programmazione urbanistica previsto dalla Legge Regionale Toscana n. 65/2014, che dovrebbe arrivare in Consiglio comunale entro ottobre per iniziare il proprio iter, con l’adozione nel corso di una seduta straordinaria monografica, non è stato, sempre per quanto mi risulta, sottoposto a un confronto preventivo con la Consulta per le persone con disabilità e con l’Osservatorio per le barriere architettoniche.
Certamente si tratta di scelte politiche e amministrative. Ma proprio perché sono scelte, devono essere assunte nel rispetto dei principi di partecipazione, trasparenza e inclusione che dovrebbero caratterizzare una moderna amministrazione pubblica.
E qui arriviamo al punto centrale della mia riflessione: la mancata condivisione e il principio della co-progettazione e della partecipazione delle persone con disabilità alle decisioni che le riguardano.
Non si può progettare senza ascoltare
Il PUMS non è semplicemente un documento tecnico destinato agli uffici comunali.
Le Linee guida del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per i PUMS, adottate con il D.M. 397/2017 e successivamente aggiornate, prevedono un percorso partecipato e il coinvolgimento dei portatori di interesse, con particolare attenzione alle categorie più vulnerabili.
E allora mi domando: come si può progettare la mobilità di una città senza ascoltare in modo strutturato chi vive quotidianamente le difficoltà della mobilità?
Una persona cieca, una persona in carrozzina, una persona con difficoltà motorie o sensoriali possono individuare ostacoli che un tecnico, pur preparato, potrebbe non percepire.
Non è una colpa del tecnico.
È semplicemente la differenza tra chi osserva una città e chi la vive sulla propria pelle.
La partecipazione delle persone con disabilità, quindi, non dovrebbe essere considerata un atto di cortesia dell’amministrazione. Dovrebbe essere considerata una risorsa progettuale.
Anche il Piano Strutturale riguarda le persone con disabilità
Lo stesso ragionamento vale per il Piano Strutturale.
La Legge Regionale Toscana n. 65/2014, in materia di governo del territorio, attribuisce un ruolo importante alla partecipazione e al coinvolgimento dei cittadini e dei soggetti interessati nei processi di formazione degli strumenti urbanistici.
Ma c’è un principio ancora più importante.
L’Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità con la Legge n. 18 del 2009.
L’articolo 4, comma 3, della Convenzione stabilisce che, nell’elaborazione e nell’attuazione della legislazione e delle politiche che riguardano le persone con disabilità, gli Stati devono *consultarle e coinvolgerle attivamente, anche attraverso le organizzazioni che le rappresentano.
È un principio fondamentale.
Non significa che ogni proposta avanzata dalle associazioni debba essere automaticamente accolta.
Significa però che le persone interessate devono poter partecipare al processo decisionale ed essere ascoltate prima che le decisioni vengano assunte.
La co-progettazione non è una parola alla moda
Negli ultimi anni si parla molto di co-programmazione e co-progettazione.
Non sono semplicemente parole alla moda.
Il Codice del Terzo Settore, D.Lgs. 117/2017, articolo 55, ha riconosciuto questi strumenti come modalità attraverso le quali pubbliche amministrazioni ed enti del Terzo settore possono concorrere alla programmazione e alla progettazione degli interventi e dei servizi.
Ma, soprattutto quando si parla di persone con disabilità, la partecipazione deve essere qualcosa di concreto e non una semplice riunione convocata quando tutte le decisioni sono già state prese.
Perché chiedere un parere dopo aver deciso non è partecipazione.
È informazione.
Le barriere si prevengono, non si correggono
La Legge n. 104/1992, insieme alla normativa in materia di eliminazione delle barriere architettoniche, ha costruito nel nostro ordinamento un principio molto semplice: l’accessibilità deve essere considerata nella progettazione.
Il D.P.R. 503/1996, in particolare, disciplina l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici.
Il concetto dovrebbe essere elementare: non si costruisce prima una barriera per poi spendere altri soldi per eliminarla.
Si progetta fin dall’inizio pensando a tutti.
Questo vale per una strada, per una rotonda, per un marciapiede, per una fermata dell’autobus, per un edificio pubblico, per un parco e, naturalmente, per l’intera organizzazione urbanistica di una città.
Siena ha bisogno di un cambio di metodo
Il predecessore politico-amministrativo della Fabio, il sindaco De Mossi, aveva, a mio avviso, chiuso molte porte alla programmazione condivisa e alla co-progettazione.
Quando è arrivata la nuova amministrazione guidata dalla sindaca Nicoletta Fabio, ho sperato che potesse esserci un cambiamento di metodo.
Purtroppo, almeno su questi temi, le mie speranze sembrano essere state deluse.
E lo dico con amarezza, perché non si tratta di una questione personale.
Chi, come me o come Lorenzo Corradeschi, si batte da anni per una città realmente accessibile, non chiede privilegi.
Chiede di poter partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita.
Non vogliamo essere invitati per cortesia.
Vogliamo essere coinvolti perché abbiamo qualcosa da dire e perché la nostra esperienza può contribuire a progettare meglio la città.
Una città progettata per tutti
Una città accessibile non è una città costruita soltanto per le persone con disabilità.
È una città migliore per tutti.
Un marciapiede senza ostacoli è più comodo per una persona cieca, ma lo è anche per una persona anziana, per un bambino, per una madre con il passeggino.
Un trasporto pubblico accessibile è fondamentale per una persona con disabilità, ma rende più efficiente il sistema per l’intera popolazione.
Una segnaletica comprensibile è utile a chi ha una disabilità visiva o cognitiva, ma anche a un turista che arriva per la prima volta a Siena.
L’accessibilità non è un costo sociale: è qualità urbana.
E proprio per questo non capisco perché, ancora oggi, si possa pensare di progettare il futuro della città senza coinvolgere adeguatamente chi l’accessibilità la vive ogni giorno.
Il titolo di questo articolo non è casuale.
Progettare e co-progettare.
La differenza è enorme.
Progettare significa decidere come dovrà essere la città.
Co-progettare significa costruirla insieme a chi quella città la abita.
È questo, a mio avviso, il salto culturale che Siena dovrebbe compiere.
Non servono soltanto nuove opere.
Servono nuovi metodi.
Mi piacerebbe che la Consulta per le persone con disabilità, l’Osservatorio sulle barriere architettoniche e le associazioni fossero messi nella condizione di esaminare preventivamente i principali strumenti di programmazione urbana e della mobilità.
Non per sostituirsi agli amministratori o ai tecnici.
Ma per contribuire.
Perché una buona amministrazione non dovrebbe avere paura delle opinioni diverse.
Dovrebbe cercarle.
Un ultimo appello
Auspicherei, infine, un sussulto da parte delle associazioni di e per le persone con disabilità.
Mi piacerebbe vederle unite nel chiedere con forza che la partecipazione non sia soltanto dichiarata nei regolamenti e nelle leggi, ma diventi una pratica quotidiana dell’amministrazione.
Temo, però, che anche questa speranza possa andare delusa.
E allora continuerò a dirlo, anche se qualcuno potrà considerarmi scomodo:
non si può progettare la città del futuro senza ascoltare chi la città la vive oggi.
E soprattutto non si può pretendere di costruire una Siena senza barriere continuando a lasciare fuori dalla porta proprio le persone che quelle barriere le incontrano ogni giorno.
I cavalli del Palio corrono con i paraocchi. Gli amministratori, invece, dovrebbero toglierseli.