Il governo Meloni ha battuto un record. Con quasi quattro anni di vita, è diventato il governo più longevo della storia repubblicana dopo il governo Berlusconi IV, superando in durata tutti gli esecutivi della Seconda Repubblica. Un primato rivendicato da Palazzo Chigi come prova di stabilità.
Ma la domanda che un paese civile dovrebbe porsi non è quanto dura un governo, ma cosa ha fatto mentre durava. E sul piano sociale ed economico il bilancio è, per molti versi, un bilancio di insuccessi.
La stabilità è stata costruita più sulla tenuta politica della coalizione che sui risultati. Una maggioranza numericamente solida, un’opposizione divisa, una gestione del potere molto accentrata. La durata c’è stata. La direzione, molto meno.
L’Italia resta l’unico paese OCSE dove i salari reali sono più bassi rispetto al 1990. Il governo ha scelto di non intervenire sul salario minimo legale, ha indebolito il Reddito di Cittadinanza sostituendolo con misure più frammentate e meno efficaci come l’Assegno di Inclusione, lasciando migliaia di persone in una terra di nessuno. Il lavoro povero è cresciuto, non diminuito.
Le lunghe liste d’attesa sono diventate il simbolo di questo triennio. Il definanziamento di fatto del Servizio Sanitario Nazionale, con una spesa in rapporto al PIL tra le più basse d’Europa, ha spinto sempre più cittadini verso il privato che si vuole favorire sminuendo la sanità pubblica.
Così facendo, secondo questa destra, la spesa pubblica e il debito potrebbero rientrare su livelli più accettabili.
Cosa ne faranno di questi risparmi sulla nostra testa?
Li destinano alle armi.
,La carenza di medici e infermieri non è stata affrontata con un piano straordinario di assunzioni, ma con misure tampone.
Scuola e università hanno visto tagli o mancati investimenti strutturali. Asili nido promessi dal PNRR in grave ritardo. Le politiche per la famiglia si sono concentrate su misure simboliche e identitarie, più che su servizi concreti che permettano di conciliare lavoro e figli.
Sul fine vita, sulle politiche di contrasto alla povertà educativa, sull’accoglienza, il governo ha scelto una linea di chiusura ideologica che ha aumentato le fratture sociali invece di ricucirle.
Dopo il rimbalzo post-Covid, l’Italia è tornata a una crescita inferiore alla media europea. Il PIL avanza dello 0,5-0,7%, con una produzione industriale in calo da oltre 20 mesi. La politica industriale è stata assente o declinata in chiave nazionalista, con casi emblematici come l’ex Ilva e il settore automotive lasciato senza strategia.
Il debito pubblico ha superato i 3.000 miliardi di euro. La promessa di una riforma fiscale epocale si è tradotta in una serie di condoni e rottamazioni, nella flat tax per gli autonomi che avvantaggia i redditi più alti, ma senza una vera riduzione del cuneo fiscale per lavoratori e pensionati a basso reddito. La pressione fiscale per chi vive di stipendio è rimasta invariata.
L’ondata inflattiva del 2022-2023 ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie. Le risposte – dai bonus una tantum al carrello tricolore – si sono rivelate insufficienti e temporanee. Non è stato messo in campo nessun meccanismo strutturale per il controllo dei prezzi dell’energia o per la tutela dei salari.
Il più grande piano di investimenti della storia italiana è stato gestito con continui rinvii, rimodulazioni al ribasso e ritardi nella messa a terra dei progetti, con il rischio concreto di perdere risorse fondamentali per la transizione digitale ed ecologica.
Non ammettendo il fallimento del pnnr adesso si chiede un analogo piano ma europeo.
In conclusione, la durata del governo Meloni è un fatto innegabile. Ma è una durata senza svolta. Un governo longevo non è automaticamente un buon governo. Se il parametro è il miglioramento delle condizioni materiali delle persone – salari, sanità, scuola, possibilità di futuro – questi quasi quattro anni hanno consolidato il potere, non il benessere.
La stabilità, senza equità e senza crescita, è solo immobilismo.
Ma come possiamo guardare a domani:
Guardiamoci con ironia altrimenti ci disperiamo.
e come dice l’amico Piero Spinelli: “Speriamo che l’ironia salverà il mondo.