Oggi, 27 gennaio, si celebra il Giorno della Memoria, istituito per commemorare le vittime della Shoah. Ma forse, per essere più chiari e comprensibili , dovremmo dire: le vittime dei campi di sterminio nazisti. Un crimine che ha macchiato in modo indelebile la storia dell’umanità e che, ancora oggi, ci interroga non solo sulla ferocia dei carnefici, ma anche sul silenzio colpevole di chi sapeva e non parlava.
Perché la verità è che i nazisti e i fascisti non furono gli unici responsabili. Attorno a loro si mosse un mondo che tacque, che voltò lo sguardo, che preferì non sapere. Ci furono silenzi complici, omissioni strategiche, e in alcuni casi, vere e proprie collaborazioni. È questo il nodo che non possiamo sciogliere solo con la memoria: dobbiamo affrontarlo con la consapevolezza.
Elisa Springer, sopravvissuta ad Auschwitz, invitava tutti a visitare i luoghi dell’orrore per comprendere davvero cosa accadde. Dopo anni di silenzio, fu il figlio a spingerla a raccontare. E lei scelse di parlare soprattutto ai giovani, perché sapeva che il tempo avrebbe portato via i testimoni diretti. E così è: ogni anno che passa, la voce dei sopravvissuti si affievolisce. Tocca a noi raccoglierne l’eredità.
Ma ricordare non basta. Ricordare serve solo se ci aiuta a vedere anche ciò che accade oggi. Perché, mentre commemoriamo le vittime della Shoah, nel mondo si consumano altri crimini contro l’umanità. In Siria, nello Yemen, in Myanmar, in Sudan, e sì, anche in Palestina, si registrano violenze sistematiche, deportazioni, discriminazioni, bombardamenti su civili. Eppure, il “civile mondo moderno” spesso tace. O peggio: giustifica, minimizza, ignora.
Denunciare questi silenzi non significa in alcun modo sminuire l’orrore della Shoah. Al contrario: è proprio in nome di quella memoria che dobbiamo alzare la voce. Perché se “mai più” ha un senso, allora deve valere sempre. Non solo per il passato, ma anche per il presente.
Oggi, come allora, ci sono silenzi, omissioni e complicità. E oggi, come allora, abbiamo la responsabilità di scegliere: tacere o denunciare. La memoria non è un rituale, è un impegno. E la storia ci giudicherà non solo per ciò che ricordiamo, ma per ciò che abbiamo avuto il coraggio di dire.