MPS: una storia oscura e infinita

MPS: una storia oscura e infinita

L’assemblea del 29 ottobre ha bocciato la strategia dell’amministratore delegato, aprendo la strada all’offerta di Intesa Sanpaolo.
Ma la questione non riguarda soltanto gli azionisti: riguarda il futuro di una banca che appartiene alla storia economica e sociale del nostro Paese. E io ritengo che il progetto di Lovaglio fosse la soluzione migliore.

Ci sono vicende economiche che non possono essere giudicate soltanto attraverso i numeri di un bilancio, il valore delle azioni o la convenienza di un’operazione finanziaria.

La vicenda del Monte dei Paschi di Siena è una di queste.

Parliamo della banca più antica del mondo, nata nel 1472, che per oltre cinque secoli ha accompagnato la storia di Siena e ha rappresentato un punto di riferimento per l’economia di interi territori italiani.

Oggi il Monte si trova nuovamente davanti a una svolta decisiva.

L’assemblea degli azionisti del 29 ottobre 2026 ha respinto il progetto industriale presentato dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio, aprendo di fatto la strada all’operazione di acquisizione promossa da Intesa Sanpaolo.

Una decisione importante, che non conclude ancora l’intera vicenda, perché restano le procedure autorizzative e i passaggi relativi all’offerta di Intesa.

Voglio però dichiarare subito la mia posizione: “io ero e resto favorevole al progetto di Luigi Lovaglio.”

Non per una questione di simpatia personale nei confronti dell’amministratore delegato, né per un sentimento nostalgico nei confronti di una banca che ha fatto parte della storia di Siena.

Sono favorevole perché considero quella proposta un progetto di crescita industriale, capace di mantenere il Monte protagonista del sistema bancario italiano, anziché trasformarlo in una realtà destinata a essere suddivisa tra altri gruppi finanziari.

E credo che questa differenza meriti una riflessione approfondita.

Due visioni diverse per il futuro del Monte

Per comprendere quello che sta accadendo dobbiamo partire dalle due proposte che si sono confrontate.

Da una parte c’è il progetto di Luigi Lovaglio, amministratore delegato che negli ultimi anni ha guidato il risanamento del Monte, riportandolo a una condizione di redditività dopo una stagione difficilissima.

Dall’altra c’è l’offerta pubblica di acquisto e scambio di Intesa Sanpaolo, guidata da Carlo Messina, che punta ad acquisire MPS attraverso un’operazione del valore di circa 33 miliardi di euro.

Non sono semplicemente due offerte economiche differenti.

Sono due idee diverse di come dovrebbe essere organizzato il futuro della banca.

La proposta di Lovaglio puntava a rafforzare MPS attraverso nuove aggregazioni, costruendo un grande gruppo bancario italiano.

Quella di Intesa prevede invece l’integrazione di una parte consistente delle attività del Monte nel proprio gruppo e la cessione di un’altra parte a Unipol, che intende aggregarla a BPER.

La differenza, a mio giudizio, è sostanziale.

Che cosa prevedeva concretamente il piano Lovaglio?

È importante spiegare ai lettori che cosa fosse realmente questo progetto, perché spesso il dibattito pubblico si è concentrato sulle contrapposizioni tra i grandi azionisti, lasciando in secondo piano i contenuti industriali.

Il piano prevedeva tre operazioni principali.

1. L’acquisizione di Banco BPM.

MPS aveva presentato un’offerta pubblica di scambio del valore indicativo di 25,3 miliardi di euro.
L’obiettivo era integrare una banca con una presenza importante soprattutto nel Nord Italia, ampliando la dimensione del Monte e rafforzandone la capacità di finanziare famiglie e imprese.

2. L’acquisizione di Banca Generali.

La seconda offerta, del valore di circa 8,7 miliardi, riguardava Banca Generali, società specializzata nella gestione del patrimonio, nella consulenza finanziaria e nei servizi di investimento.

Questa operazione avrebbe consentito al gruppo di rafforzare significativamente le attività di gestione del risparmio e di consulenza finanziaria, settori caratterizzati da importanti prospettive di sviluppo.

3. L’integrazione di Mediobanca.

MPS aveva già acquisito circa l’86% di Mediobanca nel 2025.

Il progetto prevedeva di completare l’integrazione attraverso la fusione tra le due realtà, mettendo insieme le competenze bancarie, finanziarie e di investimento.

Il valore complessivo delle due offerte su Banco BPM e Banca Generali era di circa 34 miliardi di euro. Si trattava di operazioni interamente in azioni, non di acquisti pagati integralmente in denaro.

Secondo le previsioni presentate dal management, il nuovo gruppo avrebbe potuto raggiungere circa 810 miliardi di euro di attività finanziarie della clientela, con sinergie annuali ante imposte stimate in circa 2,6 miliardi.

Si sarebbe quindi potuto realizzare un grande gruppo bancario italiano, con una presenza nazionale e competenze diversificate.

Il piano prevedeva inoltre una distribuzione straordinaria di quattro miliardi agli azionisti MPS: un miliardo in denaro e circa tre miliardi in azioni Generali.

Erano previsioni industriali e finanziarie, naturalmente subordinate alla realizzazione delle operazioni e non risultati già acquisiti. Ma delineavano una strategia precisa.

Perché considero migliore la proposta di Lovaglio

La bontà del progetto, secondo la mia valutazione, stava soprattutto nella sua impostazione.

Il Monte non avrebbe dovuto rinunciare alla propria autonomia per essere incorporato in un altro gruppo.

Avrebbe cercato, al contrario, di diventare il centro di una nuova aggregazione bancaria.

Non si trattava soltanto di conservare il nome MPS o di difendere una tradizione secolare.

Si trattava di mantenere all’interno di un unico progetto industriale competenze, strutture, professionalità, reti commerciali e capacità di intervento sul territorio.

L’integrazione con Banco BPM avrebbe rafforzato la presenza nazionale. Banca Generali avrebbe ampliato le attività di gestione del risparmio. Mediobanca avrebbe contribuito a consolidare le competenze finanziarie e di investimento.

Il risultato avrebbe potuto essere una banca più grande, più articolata e maggiormente capace di competere con i principali gruppi italiani ed europei.

È questa la ragione per cui considero il piano Lovaglio preferibile.

Non significa che fosse privo di rischi. Acquisire contemporaneamente due importanti realtà finanziarie avrebbe richiesto capacità organizzative, risorse e un’attenta gestione delle integrazioni.

Anche il sostegno degli azionisti delle società interessate non era scontato. Crédit Agricole, principale azionista di Banco BPM, aveva manifestato contrarietà all’operazione, mentre Banca Generali era controllata da Assicurazioni Generali.

Queste difficoltà avrebbero dovuto essere affrontate e valutate.

Ma un progetto industriale non può essere giudicato soltanto attraverso gli ostacoli che incontra. Bisogna anche considerare le opportunità che può offrire.

Chi ha deciso il futuro del Monte?

Per comprendere l’esito dell’assemblea bisogna conoscere anche gli equilibri proprietari.

MPS non ha un unico azionista di maggioranza.

Secondo i dati pubblicati dalla stessa banca, aggiornati al 20 ottobre 2026, i principali azionisti sono:

  • Delfin, holding della famiglia Del Vecchio, con il 17,53%.
  • Gruppo Francesco Gaetano Caltagirone, con il 10,26% nella rilevazione ufficiale più recente.
  • Ministero dell’Economia e delle Finanze, con il 4,86%.
  • BlackRock, con il 4,66%.
  • Banco BPM, con il 3,74%.

Il restante capitale è distribuito tra altri investitori istituzionali e azionisti.

La posizione di Delfin è stata determinante.

La holding della famiglia Del Vecchio ha sottoscritto un impegno ad aderire all’offerta di Intesa Sanpaolo, mettendo a disposizione la propria partecipazione nel Monte.

Una scelta che ha contribuito a rendere estremamente difficile l’approvazione del progetto Lovaglio.

Anche il gruppo Caltagirone si è schierato contro le proposte dell’amministratore delegato, annunciando il voto contrario ai punti della parte straordinaria dell’assemblea.

È opportuno ricordare che questi due grandi azionisti hanno interessi importanti anche nel più ampio sistema finanziario italiano, compreso il settore assicurativo e la galassia di partecipazioni legate a Mediobanca e Generali.

Non significa attribuire loro automaticamente motivazioni diverse da quelle dichiarate, ma è evidente che la partita del Monte si intreccia con equilibri finanziari che vanno ben oltre Siena.

Il risultato è stato pesante: il 29 ottobre l’assemblea ha respinto l’offerta su Banco BPM con il 91,1% dei voti contrari tra il capitale presente e quella su Banca Generali con il 90,9%.

È stata respinta anche la fusione con Mediobanca, con il 63,65% di voti contrari.

Bocciata inoltre la riduzione del capitale necessaria per procedere alla distribuzione straordinaria agli azionisti.

Il progetto Lovaglio è quindi uscito sconfitto.

Intesa, Unipol e BPER: che cosa potrebbe accadere?

L’altra proposta in campo è quella di Intesa Sanpaolo.

L’offerta, migliorata anche attraverso un incremento di 800 milioni di euro della componente in denaro subordinato alla bocciatura delle proposte alternative di MPS, ha trovato il sostegno di importanti azionisti.

Ma soprattutto presenta un progetto di riorganizzazione che merita di essere conosciuto.

L’accordo con Unipol prevede la cessione di un’entità bancaria autonoma comprendente circa 635 filiali del Monte, il marchio MPS e gran parte delle strutture centrali necessarie al suo funzionamento.

Unipol intende successivamente aggregare questa realtà a BPER, banca nella quale detiene una partecipazione rilevante.

Intesa Sanpaolo manterrebbe invece circa 625 filiali, Mediobanca e le principali partecipazioni finanziarie, compresa quella in Generali.

Si tratta quindi di due percorsi industriali distinti, che comporterebbero una separazione delle attività oggi riunite nel Monte.

Intesa sostiene che questa organizzazione permetterebbe di valorizzare le diverse componenti del gruppo e di rispondere anche alle esigenze della concorrenza.

Non possiamo però ignorare le domande che riguardano il futuro dell’identità bancaria senese.

Il presidente di Unipol, Carlo Cimbri, ha dichiarato che la sede del Monte dovrebbe rimanere a Siena e che il marchio sarebbe conservato nella nuova realtà bancaria integrata con BPER.

Sono rassicurazioni importanti, ma ritengo che debbano essere accompagnate da impegni precisi e verificabili.

Una cosa è conservare un marchio, un’altra è mantenere un centro decisionale, professionalità, occupazione e capacità di finanziare il territorio.

Il Monte non può diventare soltanto un’insegna commerciale.

Deve conservare una sostanza industriale.

Il ruolo del governo e delle istituzioni

C’è un altro aspetto che mi lascia perplesso.

Il governo italiano ha avuto un ruolo fondamentale nella storia recente del Monte.
Nel 2017 lo Stato intervenne con un importante salvataggio pubblico, arrivando a detenere circa il 68% della banca.

Successivamente il Ministero dell’Economia ha progressivamente ridotto la propria partecipazione attraverso la privatizzazione.

Oggi il MEF possiede ancora il 4,86%.

Eppure, nell’assemblea del 29 ottobre, il Ministero non ha partecipato, mantenendo una posizione di neutralità.

Formalmente si tratta di una scelta legittima. Politicamente, però, ritengo che l’assenza dello Stato non possa essere considerata irrilevante.

Non si può dimenticare che il Monte è stato salvato anche attraverso l’impiego di risorse pubbliche e che la sua vicenda ha rappresentato per anni una questione nazionale.

Il governo aveva più volte manifestato l’intenzione di favorire la nascita di un terzo grande polo bancario italiano.

Oggi, davanti alla possibilità che il progetto di Lovaglio venga sostituito dall’operazione di Intesa, sembra aver scelto di lasciare che siano prevalentemente gli azionisti privati a decidere.

È una posizione che merita una spiegazione politica.

Il governo non deve necessariamente impedire le operazioni di mercato, ma ha il dovere di vigilare sulle conseguenze economiche e sociali di una trasformazione così importante.
Credo che della questione il governo ne dovrebbe discutere con il parlamento quanto meno in commissione.

Anche le istituzioni locali hanno una responsabilità.

La sindaca di Siena Nicoletta Fabio, la presidente della Provincia Agnese Carletti e il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani hanno manifestato preoccupazione per il futuro della banca.

Comune, Provincia e Regione hanno anche scritto alla Commissione europea chiedendo attenzione agli effetti dell’operazione sulla concorrenza, sulla pluralità dell’offerta bancaria e sulla possibilità per famiglie e imprese di accedere al credito.

È un’iniziativa importante.

La presidente della Provincia ha inoltre richiamato il governo alle proprie responsabilità, chiedendo garanzie per l’occupazione, la permanenza delle funzioni direzionali e il mantenimento di un presidio bancario significativo sul territorio.

Merita attenzione anche la posizione della Fondazione MPS.

I suoi organi di indirizzo hanno sostenuto all’unanimità il progetto Lovaglio, considerandolo una strada per preservare l’indipendenza strategica e l’identità della banca.

Una posizione differente da quella inizialmente espressa dal presidente Riccardo Coppini, che aveva manifestato un orientamento favorevole all’offerta di Intesa.
Mi chiedo come, il presidente della fondazione possa ancora rimanere al suo posto.

Una vicenda che dimostra quanto sia complesso e articolato il quadro degli interessi in gioco.

Siena non dovrebbe essere spettatrice

Vorrei soffermarmi su un punto che considero fondamentale.

Siena non può limitarsi a osservare quello che accade.

Non perché debba pretendere di decidere al posto degli azionisti, ma perché il Monte rappresenta un patrimonio economico, professionale e storico che ha conseguenze dirette sulla vita della città e della provincia.

La presenza della direzione generale, il mantenimento delle competenze, l’occupazione, la rete degli sportelli e il rapporto con le piccole e medie imprese sono questioni che riguardano migliaia di persone.

Una banca non è soltanto un insieme di azioni quotate in Borsa.

È anche un soggetto che raccoglie risparmio, concede credito, sostiene attività produttive e contribuisce allo sviluppo economico dei territori.

Per questo ritengo che le istituzioni locali debbano continuare a lavorare insieme, superando le divisioni politiche.

Non è più il momento delle polemiche tra maggioranza e opposizione.

È il momento di presentarsi davanti ai nuovi interlocutori con una posizione comune e con richieste precise.

Una scelta che riguarda il modello di sviluppo del Paese

La vicenda MPS pone anche una questione più generale.

Quale sistema bancario vogliamo costruire in Italia?
Possiamo affermare senza possibili smentite che la politica non tenga più le mani sul Monte?
Qual’è davvero la posizione dei parlamentari toscani della maggioranza?
La posizione di Unipol, cosa ha a che fare con il ruolo della sinistra in questa vicenda?
Temo, putroppo, che la verità su tutte queste manovre non la sapremo mai.
Per fortuna nel nostro paese ci sono le BCC e una buona finanza etica.