Il Ministro della Giustizia ha gettato la maschera affermando che i minori che delinquono vanno messi in carcere, e anche negli istituti per adulti se quelli minorili non bastano.
Credo che in qualsiasi democrazia civile una dichiarazione del genere sarebbe stata sufficiente a chiedere le dimissioni di un ministro così irresponsabile.
I giovani che protestano, che esprimono un disagio, vanno ascoltati. E più che puniti, vanno inseriti in un percorso di reinserimento sociale che comprenda anche le loro famiglie.
Il Governo delle destre grida all’emergenza e risponde aggravando le pene, ma non mette in campo nessuna azione che indirizzi interesse e risorse verso il sistema sociale, che nel nostro Paese boccheggia.
Le strutture pubbliche che possono accogliere i minori per la loro rieducazione sono solo quattro in tutta Italia: gli Istituti Penali per Minorenni direttamente gestiti dal Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità. Tutto il resto dell’accoglienza per l’esecuzione penale esterna, le comunità socio-educative, appartiene al privato e al privato sociale, in convenzione con lo Stato.
Manca una rete pubblica di psicologi. Gli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni, gli USSM, e i servizi sociali dei Comuni, spesso gestiti in convenzione con i distretti socio-sanitari delle ASL, sono largamente sottodimensionati e senza risorse.
Credo che il sociale non dovrebbe essere gestito insieme al sanitario, tranne che nei casi gravissimi di doppia diagnosi o di patologia psichiatrica accertata. Il sociale è una questione profondamente complessa che richiede interventi prima sul piano economico e culturale, poi su quello organizzativo e comunitario, e solo per ultimo sul piano giudiziario.
Il diritto di famiglia non è lo strumento per normare il disagio giovanile e non potrebbe farlo se non perseguendo i reati. Il disagio non è un reato. Il reato è l’ultima manifestazione del disagio.
Quello che serve è ciò che la nostra Costituzione già prevede. L’articolo 27 dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e l’articolo 31 dice che la Repubblica protegge l’infanzia e la gioventù. E la nostra legge minorile, il DPR 22 settembre 1988 n. 448, ha costruito un modello che tutto il mondo ci invidia: il processo penale minorile non deve interrompere i processi educativi in atto, ma deve promuovere la responsabilizzazione e il reinserimento.
Per fare questo ci vogliono più assistenti sociali, più neuropsichiatri infantili, più pedagogisti, più educatori professionali e sociologi che, messi in rete, supportino i giovani e le famiglie in una visione complessiva di crescita per le persone e per le comunità in cui sono inserite.
Da più parti si parla di perdita dei valori, ma non si dice di quali valori si parla.
Io penso che ogni genitore vorrebbe fornire ai propri figli degli input educativi corretti, ma non sempre ne ha la possibilità economica, il tempo o il necessario livello culturale. Non è colpa, è condizione sociale.
Se la politica seguisse gli esempi che la storia ci ha già consegnato, forse avrebbe gli strumenti per mettere in atto provvedimenti degni di una società moderna e civile.
Penso a Maria Montessori e al suo metodo che mette al centro il bambino, non il voto. Penso a Don Zeno Saltini e a Nomadelfia, la comunità dove la fraternità diventa legge e i figli sono di tutti. Penso a Don Lorenzo Milani e alla sua Lettera a una professoressa, che ci ha insegnato che la scuola se perde i ragazzi più difficili non è la scuola dei ragazzi, è un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Penso a Don Bosco e al suo sistema preventivo, che diceva di prevenire e non reprimere.
Sono tutti esempi che ci dicono la stessa cosa: reprimere, penalizzare e incarcerare costa di più, produce più insicurezza e crea più delinquenza.
Educare, invece, costa fatica, ma è l’unico investimento che rende una società davvero sicura.