Resistere, resistere e resisteremo: combattere la politica dei proclami e della strumentalizzazione

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Resistere, resistere e resisteremo: combattere la politica dei proclami e della strumentalizzazione

“No, non mi piego. Ho saputo che al Senato della Repubblica, oggi, mentre era in corso l’audizione del ministro Musumeci, circa l’emergenza bradisismo nei Campi Flegrei, un senatore di Fratelli d’Italia, anziché dirci cosa faranno per affrontare i danni causati dalle scosse, ha ritenuto più opportuno attaccare me ed i cittadini che protestano.

È un fatto incredibile, ma vero.

Ha detto che fomento la gente che protesta. Ha detto che sono mosso da “livore immorale”. Ne prendo atto. Così, da oggi, ho imparato che abbracciare un cittadino dei Campi Flegrei esasperato perché non ha acqua a casa da 4 giorni, o perché è stato sgomberato, è “immorale”. Anzi, sempre a suo dire: è un’azione “misera”. Annoto. Ed annoti anche lei, sign. senatore.
Perché vorrà dire che sarò sempre più “misero” e sempre più “immorale”. Perché mi troverà sempre più al fianco di questo nostro popolo flegreo che soffre.

Ma non è finita qui.

Prendo atto che, sempre a detta dello stesso senatore della maggioranza di centrodestra, la gente che protesta in questi giorni a Pozzuoli è spinta a contestare da “agitatori dediti all’illecito”. Una roba surreale.

Egregio sign. senatore, mi ascolti bene. Non perda tempo a parlare di me. Io non sono nessuno. Sono un sindaco con i capelli lunghi. Voi, invece, siete stati chiamati a governare questa nazione. Finché è vostro dovere farlo, fatelo. Fate lo Stato. Agite da Governo Nazionale. E trattate Pozzuoli, Bacoli, Napoli, Monte di Procida, Quarto e tutta l’area flegrea con il rispetto dovuto. Trattate questa emergenza costante come quelle che avvengono nel Nord Italia. Perché qui non vogliamo la vostra elemosina. Qui pretendiamo i nostri sacrosanti diritti. Senza sconti.

E lo sappia bene, sign. senatore. Qui non ci sono delinquenti. Ma donne, uomini e bambini in ginocchio. Per le scosse, in primis. E per le promesse non mantenute.

Ah, un’ultima cosa sign. senatore. Oggi, urlando a squarciagola al Senato, mi ha anche accusato perché, nelle sedi istituzionali, dialogo con il Governo. Mentre pubblicamente lo attacco. Ebbene, sign. senatore, abbia pazienza. Dialogare tra istituzioni è un dovere che mi impone il ruolo che ho l’onore di ricoprire. Ma non confondete mai il rispetto istituzionale con il servilismo. Forse siete abituati male. Perché, ascoltando i sindaci, non state compiendo alcuna gentile concessione. Nessun piacere. State facendo solo il vostro dovere.

Io faccio il sindaco e difendo la mia comunità. E, da flegreo, lotto per questa terra. Faccio e farò la mia parte. Con ogni energia che ho in corpo. Non ho però l’abitudine di piegarmi, mai. Insieme a questa comunità sofferente, manterremo sempre la schiena dritta. Se lo ricordi bene, sign. senatore: sempre.

Qui, cadiamo e ci rialziamo.
In ginocchio, non ci sappiamo stare.”

Queste parole, pronunciate dal primo cittadino di Bacoli, meritano attenzione e, a mio avviso, il massimo rispetto. Un sindaco che si trova a rappresentare una comunità duramente provata non dovrebbe diventare il bersaglio di polemiche politiche, ma dovrebbe essere ascoltato, sostenuto e messo nelle condizioni di svolgere fino in fondo il proprio compito.

E dovrebbe essere rispettato, innanzitutto, da chi siede nel Parlamento della Repubblica, perché il confronto politico, anche quando è aspro, non dovrebbe mai trasformarsi in delegittimazione di chi è chiamato quotidianamente a stare accanto ai propri cittadini.

Qualche giorno fa il ministro per le Emergenze e la Protezione civile ha annunciato la preparazione di un piano straordinario per mettere in sicurezza il costone appena crollato.
Peccato che di quel costone, e dei problemi di quel territorio, molti sapessero da tempo e che, ancora una volta, ci si sia ricordati del problema soltanto dopo che è accaduto il disastro.

Nei Campi Flegrei, come purtroppo in molte altre parti d’Italia, si sono accumulate nel corso degli anni responsabilità, omissioni e scelte discutibili. Si è costruito spesso in maniera scellerata, non si è programmato adeguatamente per mettere in sicurezza i cittadini e, soprattutto, ancora oggi non si fa abbastanza per tutelare coloro che, a causa del bradisismo e dei terremoti, si ritrovano senza casa, senza certezze e spesso senza sapere quale sarà il proprio futuro.

Nel nostro Paese queste situazioni sono purtroppo numerose. E troppo spesso ci ritroviamo a piangere dopo una tragedia, quando ormai è troppo tardi.

La prevenzione, invece, dovrebbe essere una delle priorità assolute di qualsiasi governo e di qualsiasi amministrazione.

Perché spendere oggi per prevenire un disastro significa, domani, risparmiare risorse, evitare danni materiali e, soprattutto, evitare di piangere vite umane.

Eppure continuiamo a consumare suolo in modo indiscriminato, senza considerare che una cementificazione selvaggia e priva di una seria programmazione può contribuire ad aggravare situazioni di dissesto e a trasformare eventi naturali in tragedie annunciate.

Se continueremo lungo questa strada, rischiamo di non avere più spazi verdi sufficienti, mentre il corso dei fiumi, le coste e i litorali saranno sempre più esposti e vulnerabili.

A questo proposito voglio ricordare una figura politica e culturale napoletana di grande rilievo, Giuseppe Galasso, che, nelle vesti di sottosegretario, promosse e contribuì all’approvazione di una legge fondamentale per la tutela del paesaggio e dei litorali.

La cosiddetta Legge Galasso rappresentò un importante passo avanti nella protezione del territorio italiano.

Eppure, nonostante quella legge e nonostante la consapevolezza dei danni prodotti dalla cementificazione selvaggia, ancora oggi vediamo nascere veri e propri mostri di cemento che modificano in maniera innaturale il territorio, spesso senza che vi sia una reale necessità e senza un’adeguata valutazione delle conseguenze.

Vorrei portare, a questo proposito, anche un esempio che conosco personalmente.

Nel mio paese d’origine, Santa Marina, in provincia di Salerno, venne realizzata una piscicoltura che non è mai realmente decollata e che, a distanza di circa quarant’anni, continua a rappresentare una presenza difficile da comprendere, a due passi dal mare e dal fiume Bussento.

Non voglio entrare qui nella ricerca delle responsabilità di questa o di altre opere. Ma credo che il problema debba essere affrontato con una domanda semplice: chi decide, chi programma e chi amministra ha davvero il dovere di pensare alle conseguenze delle proprie scelte?

Perché amministrare non significa soltanto inaugurare opere, tagliare nastri o annunciare nuovi progetti.

Amministrare significa soprattutto guardare lontano.

Significa immaginare come sarà un territorio tra dieci, venti o cinquant’anni. Significa proteggere l’ambiente, rispettare il paesaggio, mettere in sicurezza le persone e utilizzare il denaro pubblico con responsabilità.

Di fronte a problemi di questa portata, credo che i sindaci debbano stare dalla parte dei cittadini e avere il coraggio di far arrivare la loro protesta ai livelli più alti delle istituzioni.

Un sindaco non può essere lasciato solo quando la propria comunità soffre.

Deve poter chiedere allo Stato risposte concrete, risorse adeguate e tempi certi.

E quando le risposte non arrivano, ha il dovere di protestare.
Perché il compito di un amministratore non è quello di compiacere chi governa, ma di difendere gli interessi della comunità che gli ha affidato la propria rappresentanza.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato nascondere l’altra faccia della medaglia.

Non possiamo negare che molti territori siano stati devastati anche a causa di scelte scellerate compiute da sindaci, amministratori locali e classi dirigenti che, nel corso degli anni, hanno permesso o favorito una crescita urbanistica senza una visione adeguata del futuro.

La responsabilità, quindi, non può essere sempre e soltanto di qualcun altro.

La politica, a ogni livello, deve assumersi le proprie responsabilità.

E proprio per questo voglio concludere ricordando un uomo che ha dimostrato che un altro modo di amministrare è possibile.

Penso ad Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Acciaroli.

Vassallo aveva posto al centro della propria azione amministrativa la tutela del territorio, la difesa dell’ambiente, la lotta alla speculazione edilizia e il contrasto all’illegalità.

La sua esperienza ci ha lasciato un messaggio semplice e, allo stesso tempo, straordinariamente attuale:

si può fare.

Si può amministrare pensando al bene comune.

Si può dire no alla speculazione.

Si può difendere il territorio.

Si può avere il coraggio di stare dalla parte dei cittadini.

E forse è proprio da qui che dovremmo ripartire.

Non dalle promesse.

Non dai proclami.

Non dalle polemiche.

Ma dalla capacità di prevenire, ascoltare, proteggere e amministrare con responsabilità.

Perché dietro ogni frana, ogni casa distrutta, ogni famiglia evacuata e ogni persona costretta a lasciare la propria abitazione, non c’è un numero, non c’è una statistica, non c’è un titolo di giornale.

C’è una vita.

E quella vita merita di essere difesa prima che sia troppo tardi.