LE VITTIME CIVILI DELLE GUERRE NON SONO NUMERI. SONO PERSONE.

LE VITTIME CIVILI DELLE GUERRE NON SONO NUMERI. SONO PERSONE.

*Perché la guerra è sempre da evitare, senza se e senza ma.

C’è una foto sulla copertina dell’ultimo numero di Pace & Solidarietà, la rivista dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra. In un cortile alberato sono disposte decine di sagome bianche, a grandezza umana. Sembrano bersagli. In primo piano, una è crivellata di colpi e macchiata di rosso.

Il titolo dice tutto: Contare, per non dimenticare. Quante sono, davvero, le vittime civili di una guerra?

È la domanda che il Presidente Nazionale ANVCG, Michele Vigne, mette al centro del suo editoriale. Quante sono davvero? A Gaza il Ministero della Salute palestinese le conta ogni giorno, nome per nome: bambini, donne, medici, giornalisti. In Ucraina, dopo quattro anni dall’invasione russa, nessuno vuole contarle davvero. Da una parte e dall’altra i numeri sono oscurati. Stessa Terra, stesso pianeta, due strategie opposte: chi mostra il costo umano e chi lo nasconde.

E Vigne ci dice una cosa che dovrebbe farci vergognare tutti: il dato non è mai innocente, e la sua assenza nemmeno. Se non conti una vittima civile, la uccidi due volte. La prima con le armi. La seconda con l’indifferenza.

In Russia, racconta la rivista, per capire quanti soldati sono morti hanno dovuto guardare il registro delle successioni ereditarie. 45 mila richieste di eredità in più dopo il febbraio 2022. Quando uno Stato non conta i morti, devi andare a contare chi resta a chiedere l’eredità. È un atto d’accusa.

Io leggo queste righe e penso a cosa siamo diventati. Abbiamo fatto i bollettini dei morti di Covid fino a non sentirli più. Ora facciamo i bollettini dei morti di Gaza e dell’Ucraina fino a non sentirli più. È l’assuefazione, dice Vigne. Il rischio più insidioso. Il numero diventa routine, smette di essere dolore e diventa statistica. E allora ci permettiamo di confrontare genocidi incomparabili, di fare la classifica di quale guerra è più grave.

Per questo, per non dimenticare, l’ANVCG ha organizzato a Rimini, nella Sala Ressi del Teatro Galli, un seminario dal titolo che è già una lezione civile: Che cosa è un genocidio? Un approccio comparativo allo studio delle atrocità di massa. Non per fare retorica, ma per capire.

Lì, il Primo vicepresidente della Corte Penale Internazionale, Rosario Salvatore Aitala, ha detto una cosa semplice che dovremmo appendere nelle scuole: l’educazione alla memoria viene dopo l’educazione alla comprensione. In tempo di guerra la propaganda è la norma. Il compito di chi studia e insegna è tornare ai fatti, alle prove, alle categorie giuridiche. Aggressione, crimine di guerra, crimine contro l’umanità, genocidio. Non sono sinonimi. Il genocidio è il crimine dei crimini, come lo ha definito Raphael Lemkin nel 1944, coniando quella parola: l’intento di distruggere un gruppo in quanto tale.

E le vittime di un genocidio non sono solo i morti. Sono i deportati, gli internati, i bambini strappati alle famiglie, i popoli cancellati culturalmente. È il caso armeno, studiato dalla storica Elodie Gavrilof: arresti mirati, marce della morte, poi la burocrazia della negazione. È la Shoah, che non va mitizzata come irripetibile altrimenti non vediamo gli altri genocidi. È l’Holodomor, la fame usata come arma in Ucraina. È Gaza, oggi, dove le corti internazionali stanno discutendo se siamo davanti a un genocidio e dove comunque, a prescindere dalle sentenze, i civili muoiono sotto le bombe.

A Rimini, Sara Gorelli, coordinatrice de L’Osservatorio sulle vittime civili dei conflitti, ha ricordato cosa succede dopo. Chi giudica quando lo Stato è crollato? Nascono le corti ibride, come in Sierra Leone, Timor Est, Bosnia, Kosovo, Repubblica Centrafricana. Personale locale e internazionale insieme. E per la prima volta, nel tribunale per la Cambogia, oltre 3.800 vittime civili hanno potuto costituirsi parte civile. Non testimoni. Persone con diritto alla verità e alla riparazione.

È questo il punto: ogni vittima civile ha diritto a essere contata non come cifra, ma come persona.

E qui arrivo al cuore della questione, che è la ragione per cui vi chiedo di leggere quella rivista dell’ANVCG.

Le vittime civili non sono un effetto collaterale. Sono il cuore della guerra moderna.

Non muoiono solo sotto i bombardamenti. Muoiono dopo. Per fame, per mancanza di medicine, per ospedali distrutti, per mine antiuomo rimaste nei campi per ottant’anni. L’ANVCG lo sa bene perché nasce da lì: dai bombardamenti del 1943 su Trieste, Foggia, Agrigento, Pescara, Cassino, Latina, Torino, Trento. Dalla storia di chi a Casarano ha visto sei giovani cadere sotto le bombe. Dalla storia di Nado Canuti, raccontata nel Dipartimento Studi. Dalla memoria dei bambini a cui oggi raccontiamo la guerra a merenda, perché non la dimentichino.

E lo sa bene perché ogni anno in Italia si fanno migliaia di bonifici di ordigni bellici inesplosi. La guerra non finisce quando finisce la guerra. Resta sotto terra.

Per questo il progetto che l’ANVCG porta ora nelle scuole si chiama Seminiamo il futuro. Un germoglio verde che spunta da un ordigno stilizzato. Insegnare ai ragazzi a riconoscere un residuato bellico, a capire cosa dice l’articolo 11 della nostra Costituzione: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

Io credo che la pace non sia una parola da mettere nelle poesie o nelle prediche della domenica. La pace è una scelta politica, giuridica, civile, che si fa prima.

Si fa quando decidi che il PIL non può crescere vendendo armi. Si fa quando decidi che non esiste una guerra giusta se a morire sono i bambini. Si fa quando smetti di dire “senza se e senza ma” vale solo per gli altri.

La guerra è da evitare sempre, senza se e senza ma, perché a pagare non sono mai quelli che la dichiarano. A pagare è la sagoma bianca nel cortile. Quella con il cerchio nero crivellato. Quella che non aveva scelto nulla, se non di vivere.

E se non la contiamo, se non le diamo un nome, un volto, una riparazione, allora siamo complici.

La solidarietà, quella vera, non è fare l’elemosina dopo il bombardamento. È impedire il bombardamento. È pretendere che ogni vittima civile venga contata, riconosciuta, risarcita. È pretendere che chi ha ordinato quel colpo risponda davanti a una corte, ibrida o internazionale che sia.

Altrimenti, come dice la copertina di Pace & Solidarietà, continuiamo a sparare su sagome bianche, convinti che siano solo bersagli.

E invece sono persone. Erano persone.

E noi abbiamo il dovere di non dimenticarle.